lunedì 22 ottobre 2007
I precari vincenti di Ascanio Celestini La vertenza del call center Atesia in forma di ballata atroce al centro di un film che racconta la lotta, con esito in parte positivo, di 4 mila lavoratori atipici. Solo un documentario? No, un capolavoro che piacerà anche a tarantino
Roberto Silvestri Roma
Si può aspettare il Titanic che affondi, danzando e suonando. Ma si può anche impedire che quel Titanic parta... È quello che cercheremo di fare tutti insieme oggi, a Roma, in questa manifestazione «che era nell'aria». E che raccoglie anche l'indicazione che viene non dai vertici o dalla base dei partiti e dei sindacati o dei quotidiani di classe, ma dai lavoratori «immateriali» incazzati. Per esempio quelli di Cinecittà. Anzi da Cinecittà due. Da quel gruppo di «eroi dei giorni nostri» riconoscibili perché di loro nessuno parla. Da un mucchio selvaggio di anti divi che non sfileranno, in queste notti romane, con Veltroni, sul tappeto rosso. Ascanio Celestini ha cucito su di loro un film straordinario, Parole sante, scoprendo che il buon senso e la lucidità abita di nuovo, come all'epoca del gatto selvaggio, nel pensiero e nell'azione di chi dice «quando è troppo è troppo», lottando e vincendo. Mentre, al centro, regna un «moderatissimo» istinto di morte. E ha ripreso la loro strategia: «Sapere, far sapere, saper fare, fare».
È la tattica e la strategia di Peppe, Marco, Cecilia, Gianluca, Emauela, Jimmy... i lavoratori qualunque di un call center. Guadagnavano, prima di essere licenziati, 550 euro al mese. Insomma comuni devoti a San Precario. Un certo giorno del 2005 il loro collettivo, «Precari Atesia», ha incrociato le braccia, dopo l'ennesima avida sopraffazione padronale (solito furto di qualche cent dai loro non-stipendi). E, miracolo, tutti i loro colleghi li hanno seguiti. Hanno condotto uno sciopero duro e senza i sindacati al fianco. Hanno scritto un giornale satirico-politico. Infine hanno fatto una scoperta «scientifica» da Premio Nobel: che la legge 30, per quanto micidiale sia, permetteva di portare alla sbarra l'intera nostra economia portante (giro della coca esclusa) per rapina e malversazione continuata e aggravata.
Così la Telecom avrebbe dovuto pagare oltre 200 milioni di euro di arretrati ai lavoratori, secondo le stime dell'ispettorato del lavoro. Ovvio che le ditte, i governi e i sindacati piangenti utilizzarono tutti i trucchi che conoscevano e conosciamo per arrivare a un accordo «moderato». Via i pochi facinorosi e qualche briciola in più al grosso dei precari da spremere come limoni meglio di prima. Il film non ci racconta solo questo. Insegna anche un po' d'educazione. Quando chiamano da un call center, prima di sbattere il telefono in faccia a Laura o Pino, qualunque «affare» ci offrano, aspettate almeno 20 secondi, se no chi vi chiama non avrà incassato neppure un cent. E non parlare più di due minuti e 45 secondi, tanto è inutile, più di 80-90 centesimi il nostro interlocutore non potrà guadagnare (e niente chiamate notturne hard, ai numeri verdi, inoltre, se non velocissime...).
Il film di Celestini racconta tutto questo in forma di ballata atroce e elettrizzante: la lotta, dal basso, dei 4000 precari dell'Atesia, che in due anni di vertenza dura hanno vinto, e sono riusciti a farsi risarcire (anche se solo in parte). Un capolavoro che piacerà, finalmente, anche a Tarantino. È un documentario? Non solo. Un film di finzione? Ma quale finzione! Tutto vero, è un micidiale balletto grottesco, ma di allucinata concretezza. |